«Chi sono quegli anarchici che scrivono sui quadri?». Sulle ruvide pennellate di un certo Pantoli si scarica cinquant'anni fa l'irritazione di chi vagola per mostre. Solo una limitata cerchia di artisti e critici può capire - magari non apprezzare - la potenza espressionistica che comincia a trovare spazio tra le poche gallerie di una Cagliari ancora impreparata. Tutto qui arriva in ritardo, e tutto perciò si stratifica di cortecce difficili da rinverdire. Anche i segni di sedimentate avanguardie e neovanguardie giungono da oltremare abbondantemente fuori orario, in un ambiente abituato al tranquillo figuratismo degli artisti storici isolani; ancora si storce il naso davanti ai passi in avanti del post-impressionista Pietro Antonio Manca, che infatti passa per stravagante. Entriamo negli anni magici della seconda metà del Novecento, quei Sessanta di cui siamo figli più o meno soddisfatti, e comunque obbligati oggi a visitare la mostra allestita nel Castello del colle di San Michele: per rivedere tutto dall'inizio e capire dove siamo arrivati, perché e come. Attraverso un artista ormai storico.
Il primo scossone è riconducibile a un virus antinaturalista partito dall'Istituto d'arte di Sassari, dove il responsabile del contagio - Mauro Manca - solleva dibattiti e raccoglie proseliti. Anche a Cagliari si discute: come carbonari, pochi giovani impazienti ritengono che solo un elettrochoc possa deviare la pittura dagli erosi argini del novecentismo tradizionale. In quel momento, nel 1957, cade a pennello (!) il venticinquenne Primo Pantoli. Proviene da Cesena con una valigetta di studi classici e d'architettura, di accademie artistiche fiorentina e lucchese. Vorrebbe insegnare, vede di che genere di pittura si alimentano i sardi e si getta a capofitto nel filone “sassarese”. Anche lui è portatore dello stesso virus, che nel capoluogo isolano trova coltura fertilizzata da giovani (e meno giovani) rampanti: Fois e Brundu, Rossi e Mibelli, Lucarelli e Atza, Agus, Curreli, Pascalis, Grassi, Civale.
Il sanguigno romagnolo si fa catalizzatore ambientale, animando un insieme artisticamente eversivo che prende il nome di “Studio 58”. Privo di un progetto specifico, eterogeneo ma ricco di libere argomentazioni, il gruppo consente l'irrompere di correnti espressioniste, surrealiste, informaliste, dadaiste, astrattiste. Fra l'insoddisfazione dei più cauti e l'entusiasmo dei modernisti, l'esperienza vale a prendere atto che l'espressione artistica va modificandosi assieme al mondo che cambia; e sfocia pochi anni dopo nel manifesto fondante di “Iniziativa”, gruppo animato da Brundu, Staccioli e Mazzarelli, oltre che dal vulcanico Pantoli. Si allestiscono mostre in piazza, con improvvisati dibattiti politici e culturali. Non durerà a lungo, ma il solco è irreversibile.
Anni intensi, quei Sessanta, fucina di risveglio ed euforia in un città sempre più attenta, dove un'esperienza tira l'altra. Nel neonato Centro di cultura democratica Pantoli in veste di sceneggiatore realizza con Italo Antico i primi allestimenti teatrali; insegna discipline pittoriche nel Liceo artistico, è eletto segretario del sindacato delle arti visive, entra nel direttivo della Galleria comunale d'arte, mentre collabora con la Cgil e con il Pci, anche se il suo rapporto con la sinistra è assai poco idilliaco. «Il mio modo di vedere l'impegno politico è quello dell'etica», dirà. Va bene la lotta-dura-senza-paura, «però gli operai, chi li ha mai conosciuti?». Fa splendidi manifesti per il partito, per il sindacato, per il Teatro di Sardegna, ma sul fronte della produzione artistica personale (pitture a olio, chine acquerellate, tecniche miste, tempere, collages, sculture) gli apparati ufficiali comunisti e socialisti non lo seguono proprio. Né tutti gli amici lo capiscono. Apparentemente complicata, la sua visione etico-professionale è in realtà di una logica disarmante: ragione, volontà, imperativo morale, dovere sociale sono virtù politiche da condensare in conoscenza sensibile, forme, metafore, visioni realistiche, lampi d'inconscio rivelato. Ecco l'etica che si lega all'estetica.
Il quadro può ma non deve necessariamente essere decorativo; può ma non deve per forza trasmettere messaggi della storia; può ma non è detto che abbia significati d'impegno sociale. Il quadro è mio e me lo gestisco io: questo il credo di un artista che spiazza i compagni con crocifissi e maternità, cupi scenari di segni industriali e paesaggi di luminosa natura, tele grondanti di colori violenti e di scritte politicamente scorrette, visioni urlate e liriche vedute di serenità, inafferrabili contorsioni d'interiora e campi di papaveri, erotismo grasso e dolcezza d'intimità. Così nella pittura, così nelle tempere, nelle chine acquerellate, nelle incisioni, nei collages, nelle importanti opere di scultura, la prima delle quali - una pesante lamiera domata in morbide forme di donna - accoglie il visitatore della mostra. Mostra antologica d'importanza straordinaria che abbraccia i cinquant'anni artistici di Pantoli e quindi mezzo secolo di storia dell'arte in Sardegna (San Michele, fino al 6 settembre, a cura di Simona Campus).
Primo Pantoli il comunista. No: anarchico. Piuttosto populista. Anzi, scapigliato, insofferente, ribelle, maledetto provocatore… Di sicuro anticonformista, demitizzante, cosmopolita, romantico. Praticamente poeta.
MAURO MANUNZA
18/07/2009